filosofia,  antropologia, geopolitica:

solopensando

 

dal Podcast Recinto Moderno

 

Episodio 6

 

 

Il dimagrimento antropologico:

l'uomo insufficiente

o la potenza della tecnica

 

 

Affrontiamo in questa puntata un argomento attuale e di grande impatto antropologico: l’analisi del valore preponderante del risultato nella nostra civiltà.

 

Per farlo, prendo spunto dalle nuove forme di intervento farmacologico per il dimagrimento.

 

La tecnica emerge ancora come tema cruciale del nostro tempo, sempre più trasformandosi da strumento dispositivo a potere manipolativo, in una visione del mondo in cui il risultato assume valore regolativo: liberarsi dal fare aumenta sempre la nostra libertà?

 

Ritengo utile una riflessione sulla capacità, oggi accresciuta e di larga diffusione, di manipolare anche il nostro corpo, pure a costo di alterare equilibri e funzioni correlate alle nostre facoltà più importanti.
 

La tecnica, cioè, non agirebbe più soltanto sulla natura ma su di noi e lo farebbe diventando sempre più “noi”.
 

Vediamo come.
 

Il tema origina da articoli emersi di recente sull’attuale, crescente tendenza ad utilizzare farmaci, inizialmente prodotti per il diabete e, che, incidendo sul senso di sazietà, vengono assunti per il dimagrimento rapido.
 

Si tratta di un sistema di certo efficace e rapido, poco faticoso se confrontato con lo sforzo prolungato che sarebbe necessario per avere risultati simili seguendo un regime alimentare ristretto, in continua lotta con se stessi. Nessun dubbio sul valore intrinseco del prodotto: l’efficacia ne sancisce il successo.
 

Ed è proprio questo, in fondo, il punto: l’efficacia corrispondente al successo.
 

Bisogna interrogarsi su questa equazione, quando oggetto dell’azione siamo noi.
 

Diceva bene Aristotele [1]: l’essere umano, come singolo individuo concreto, è un sinolo, ente determinato composto inscindibile di forma e materia. Anima e corpo, in questa loro coesione, nella loro compattezza, sono un ente, una sostanza concreta e reale, come reale è ogni individuo. Non a caso, “individuo” letteralmente significa “indiviso”, unità elementare sussistente e completa. 


Corpo e materia, aspetti di un’unica natura, sono indissolubili: l’invisibile si incarna nel materiale che ne viene animato senza poterne distinguere i confini. 
 

Questa pietra miliare della fondazione della civiltà occidentale, dal pensiero aristotelico verrà riattuata nella corrispondente visione di Tommaso d’Aquino con definitiva organicità, evolutasi alla luce della fede cristiana e nell’intelletto da essa mosso e motivato (ma successivamente anche grazie alla civiltà islamica, la cui cultura fu capace di conservare e poi ritrasmettere all’”Occidente” quella importante parte di opere aristoteliche smarrita fino al XIII secolo; anteriormente, infatti, “da noi” si conosceva solo il pensiero logico del maestro, l’Organon, perché tradotto da Boezio nel VII secolo).
Ancora il sinolo, l’unione indissolubile di corpo e anima, ma nel contesto della sinergia più matura fra filosofia e teologia.
Riallacciamoci brevemente ora allora le parole di Giovanni, "ὁ Λόγος  σάρξ ἐγένετο" [2]:
 

O Logos (ὁ Λόγος): Il Verbo, la Parola, la ragione.
Sarx (σάρξ): carne, la natura umana fisica.
Egeneto (ἐγένετο): dal verbo ginomai, "divenne", "si fece".

 

Intanto, è importante notare come Logos venne tradotto dai Padri della nascente Chiesa con Verbum, in quanto concetto esprimente non solo parola e pensiero, ma anche contemporaneamente azione. Il verbo, non a caso, è la parte che in grammatica indica azione, esistenza.


Questa piccola incursione teologica ci porta a due importanti considerazioni.
 

La prima di carattere generale, che amo molto: le nostre radici profonde manifestano la non-separazione fra forma e materia, corpo e spirito. Ciò suggerisce per derivazione la falsità della diffusa credenza nella distinzione, che rappresenta un tipico fraintendimento endogeno della nostra civiltà occidentale, fra pensiero (teoria) ed azione (pratica), come supposto derivato di quella fra fisicità ed immaterialità.


Già gli antichi greci non la avrebbero accolta, poiché nella loro visione la contemplazione del teorico non era passività estatica o pura “interiorità cerebrale”, ma costituiva al contrario vita attiva, perché frutto di un percorso, partecipazione vivente un conseguimento, esito di una vita di ricerca e metodo (parola che propriamente nel suo etimo greco significa appunto “percorso” ed anche “andare oltre”).
 

Metodo, dunque, appreso con fatica lungo un cammino di lavoro, spesso fatto di iter iniziatici (intesi qui nel senso più ampio, di cammini disciplinati, percorsi di lavoro specifico).
 

Come iniziato, il Theoros era colui che, in origine, prendeva parte a cerimonie religiose.
Col tempo, il contesto semantico del termine è passato da quello sacro a quello filosofico e della conoscenza in generale, mantenendo tuttavia la connotazione originaria: ovvero, la contemplazione del Theoros non può che essere esito e sviluppo di una condotta pratica, frutto di costante ricerca, nella speranza di vedere lo spettacolo delle cose in modo nuovo, in un continuo sforzo di approssimazione alla verità. [3]


La verità impone tensione continua che si attua in un percorso.
 

Proprio il concetto di percorso ci porta alla seconda considerazione, più specifica e contestualizzata rispetto al tema di questa analisi.
 

Il “caso Ozempic” a cui accennavo è solo uno spunto e lasciamo la sua risoluzione alla scienza, ma - oltre a confermarci come grazie alla tecnica sia possibile raggiungere un risultato sul proprio corpo senza effettuare il percorso causale “naturale” ad esso preposto – ci invita a riflettere: mirare solo al risultato potrebbe costarci più di quanto pensiamo.


Qui interessa, infatti, nella nostra civiltà di eccedenza della tecnica, considerare più a monte come la nostra capacità di incidere sulla natura abbia reso noi stessi oggetto della nostra “volontà di potenza” che di questa eccedenza costituisce il manifesto più estremo.
 

La dinamica di cui parlo è simile a quella relativa al consumismo postindustriale, che ho descritto nell’episodio dedicato: il tema della capacità umana di generare e servirsi della scienza e della tecnica non è una novità, fa parte della nostra storia: per sentire senza essere presenti ci sono stati grammofono e radio; per vedere a distanza la tv; per parlarsi senza vedersi c’è stato il telefono; per videochiamarsi gli smartphone con la connessione a banda larga, etc.. Tutte scorciatoie, salti fisici, compiuti per mezzo della tecnica sopra lo spazio (e dunque il tempo), che in precedenza doveva essere percorso fisicamente.
 

Ma qui salta all’occhio una differenza sostanziale: ricordando la considerazione filosofica e teologica appena svolta, ci accorgiamo che nel “caso Ozempic” il risultato viene conseguito sul proprio corpo, incidendo cioè sulla parte fisica del sinolo (quell’unione individuale e quindi inscindibile che siamo) e tuttavia potendo intaccare indirettamente, ma forse altrettanto nettamente, quella immateriale. 
 

Sta infatti aumentando l’attenzione, di cronaca e scientifica, sui possibili effetti che un farmaco in grado di incidere non solo sul senso della sazietà, ma anche sul circuito delle dipendenze e quindi sulla sfera del desiderio in generale, potrebbe costituire un effetto in alcuni casi esondante, eccedente appunto, rispetto allo scopo per cui viene assunto. Ovviamente, gli effetti collaterali son da sempre una realtà del campo farmacologico, ma l’angolazione dell’analisi è un’altra: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per ottenere un “salto” fisico di successo perché veloce ed efficace, attraverso una tecnica (qui un farmaco) i cui confini di azione potrebbero non essere del tutto prevedibili? (“GLP-1 medications — colloquially known as GLP-1s — mimic a naturally occurring hormone called glucagon-like peptide 1, which scientists have historically associated with digestion. In the traditional telling, after a meal, GLP-1 attaches to receptors in the pancreas, the gastrointestinal tract, and the brain; it stimulates the release of insulin, slows the passage of food through the stomach, and signals to our brains that we’re full. It breaks down within minutes. But it’s increasingly clear that GLP-1 affects much more than eating. GLP-1 drugs, which bind to the body’s receptors for hours or days, are now being studied for all sorts of addictions.”). [4] 


L’effetto inibitore sulla fame dato dal farmaco, meccanismo chiave della sua efficacia, potrebbe bersagliare insomma non solo il meccanismo del senso di sazietà e dunque il desiderio di mangiare, ma potrebbe investire “a tappeto” la nostra capacità di desiderare, fino ad effetti di appiattimento emotivo ed affettivo (anedonia), intervenendo in modo pervasivo sul sistema-persona, tanto che comunemente si inizia a parlare di “Ozempic Personality”. [5] 
 

Al netto dei casi in cui dal punto di vista medico un dimagrimento farmacologico rapido si rende necessario per mitigare pericoli concreti per la salute derivanti dal sovrappeso,  non conta per me - ripeto - la verità acclarata o meno di questo rischio ma, ricercando articoli e commenti specializzati sul tema, mi ha stupito la mole di opinioni manifestate dai consumatori sul punto: in molti ritengono l’eventuale “Ozempic Personality” un rischio sostenibile per ottenere un dimagrimento tanto efficace.
 

Ecco, quindi, che la questione da scientifica si rende umana, e per questo mi preme tradurla, come è d’uso nelle nostre riflessioni, in lettura antropologica.
 

Torniamo al ruolo della tecnica oggi.
 

La tecnica sembra aver mutato progressivamente natura, in particolare in due fasi: dapprima, da strumento della modernizzazione umana attraverso il dominio sulla natura, si è trasformata progressivamente in potenza agente sull’umano stesso; successivamente, oggi, la potenza del nostro sviluppo è diventata “eccedente” rispetto alla nostra capacità di dominio e di indirizzo, mostrandoci così un paradosso importante: uno dei nostri prodotti più alti svela una nostra insufficienza intrinseca, in cui il percorso artificiale sovrasta la condizione naturale.


L’eccentricità dell’essere umano, ovvero la nostra capacità di uscire dal nostro “io” immediato delle prime necessità biologiche per andare oltre noi stessi, rischia in questo senso di tradursi in una dipendenza non occasionale o perimetrata, ma strutturale nel grado di sviluppo raggiunto nella nostra civiltà, non più guida ma guidata da un progresso che si appresta alla singolarità delle macchine: un mondo in cui la tecnica diventa modo di essere nel mondo e  non più strumento disponibile, ma regola come inaggirabile frutto della nostra volontà  di potenza, la volontà stessa diventa non esaltazione di libertà ma, al contrario, abdicazione di potere.
 

Conformarsi in assenza di scelta equivale a sottrarre umanità in favore del sistema.
 

Abdicare al potere significherebbe, allora, dipendenza del nostro modo di essere, dipendenza dalla traiettoria di continuo superamento dell’umanità, sia in senso fisico, dove il corpo appare un limite biologico da modificare e possibilmente superare, sia in senso ontologico, incidendo su chi siamo, fino al punto di non poterci più definire al di fuori dal mondo tecnico, in cui ormai non siamo solo immersi, ma di cui noi siamo parte e la tecnica costruisce un sistema di esistenza diventato esso stesso soggetto agente, ma non responsabile. [6]


Il Theoros si è fatto esso stesso Physis, il soggetto è diventato oggetto e quindi il creatore si è fatto manipolabile, sempre più inconsapevolmente e rischiando parti crescenti di sé in assenza di visione (Theos) e di percorso (metodo acquisito con lavoro).
 

L’automazione (intesa qui ampiamente anche come assenza di valutazione critica verso processi veloci ed appaganti, cioè efficaci e cioè di successo), che presuppone ed include la supremazia del fine sul mezzo, rende superflua l’attenzione, la cui assenza a sua volta esclude il principio di realtà e, per conseguenza, rende superflua l’intelligenza. Non occorrendo la volontà, l’intelligenza stessa appare superflua.
 

L’automazione presuppone come necessaria l’intelligenza della tecnica e vuole, perché nasce proprio per questo, come superflua quella individuale. Può sollevare l’uomo dal fare, ma anche affondarlo nel non pensare. 
 

Dedicherò altri spazi specifici al ruolo della tecnica nel nostro secolo, per ora importa agganciare questa riflessione su questo futuro Homo Novus che rischia di diventare più Novus che Homo, e l’indifferenza che sembra profilarsi da parte della nostra mentalità di progresso quantitativo e non sempre anche qualitativo soggiace a quel primato del risultato di cui parlavo, che è frutto utilitaristico e postvaloriale per eccellenza.
Questo Homo Novus, o meglio questa Humanitas Nova affronta dunque una sfida inedita per certi aspetti: il potere della civiltà strutturata tecnicamente ci chiama ad una revisione della identità, proprio mentre questo potere tecnico ci permette di deresponsabilizzarci rispetto alla qualità di un numero sempre crescente delle nostre scelte ed azioni.


Nel dominio dell’efficacia sul valore, la correlata sostituzione della scelta umana, fra condizionamenti, possibilità fisiche ed automazioni pratiche e decisionali, sembra descriverci una nuova umanità sempre meno proprietaria di sé, postumana perché delega la tecnica a risolvere l’orrore della propria limitazione e fallibilità, errore naturale che, in quanto tale, è superabile solo trascendendo appunto la nostra stessa natura, giustificando il sacrificio di parti di noi.  
 

Il finale della rifelssione non può che portare ad una provocazione faustiana [7]: è parte della nostra libertà rinunciare a porzioni di essa, confidando magari di poter sempre controllare i mezzi a cui la cediamo? Una simile rinuncia porterebbe alla liberazione dal fare di un’umanità nuova, fatta finalmente di superuomini, o comporterebbe una nuova schiavitù, quella subumana di menti felicemente addomesticate da un dolce dispotismo? [8]

 

 

 

 

 

 

 

[1] Cf., fra gli scritti di Aristotele, Metafisica, Libro VII (Zeta). “Sinolo” come termine verrà poi ripreso, sistematicamente, dalla tradizione aristotelica postuma.
[2] Vangelo di Giovanni 1,14 “E il Verbo si fece carne”.
[3] Thea (spettacolo) e Horao (vedere), costitutivi del termine Theoria, sono indicativi dell’origine del significato profondo di questo termine. Thea è inoltre il femminile di Theos (Dio), il che ci indica un iniziale contesto semantico sacro. La successiva traslazione della Theoria dal campo religioso a quello della scienza, poiché nella Grecia classica la filosofia stessa era tutt’uno con la scienza, ci dice molto in relazione alla (letteralmente) sacrale considerazione dei Greci per la ricerca del sapere.
Ed è ancor più interessante notare che, ad oggi, proprio in seno alla scienza ed alla tecnica nascono le questioni filosofiche più importanti che richiamano, attualizzati, i grandi temi “eterni” della filosofia. Su questo fondamentale aspetto, caratteristico della nostra epoca, si veda il monumentale lavoro di G.F. Basti, Filosofia della Natura e della Scienza, Roma, 2025.
[4] Testo in corsivo estratto da: “Can Ozempic Cure Addiction? GLP-1 drugs, which have helped some people curb drug and alcohol use, may unlock a pathway to moderation.” Articolo di D. Khullar pubblicato su The New Yorker, February 9, 2026.
[5] URL: https://www.newyorker.com/magazine/2026/02/16/can-ozempic-cure-addiction 
Si veda anche l’articolo del 16 aprile 2026 dedicato all’argomento dal Washington Post.
[6] Nel vocabolario tecnico, i sistemi artificiali autonomi sono dotati di “responsività” (responsiveness), ma non di correlata “responsabilità” (responsibility).
[7] “Non so dir nulla di soli e di mondi: vedo soltanto come gli uomini si affannano. Il piccolo dio del mondo è sempre lo stesso, buffo e strambo come nel primo giorno. Vivrebbe un poco meglio, tu non gli avessi dato qualche lume di cielo. Lo nomina ragione: e lo usa soltanto per vivere più bestia di ogni bestia”, lamenta il Mefistofele di J.W. Goethe nel Faust.
[8] Questi riferimenti laschi a Nietzsche ed a de Tocqueville abbracciano la complessità del tema, il cui raggio inscrive tanto l’individuo nella società quanto la società degli individui nel proprio cerchio problematico.