filosofia, antropologia, geopolitica:
solopensando
dal Podcast Recinto Moderno
Episodio 7
I nazionalismi irrazionali
Questo podcast è nato per osservare, cercare di comprendere dove stiamo andando dal punto di vista profondo, cosa stiamo diventando rispetto ai tanti cambiamenti ed alle sfide che il nostro mondo attuale pone. Tra queste sfide rientra certamente la ridefinizione della propria identità, sia personale sia collettiva, che ogni spirito del tempo richiede a chi lo vive oggi in particolare, dunque?
Dunque, il tema dell'identità si pone come centrale nella nostra contemporaneità. A riprova di questa sua centralità, possiamo guardare alle precedenti puntate del podcast per accorgerci che diverse sono state le questioni toccate che riconducono a questo argomento.
Si pensi per esempio all'individualismo, il secondo episodio del podcast, come espressione radicale d'identità.
L'individualismo cos'è?
È una forma rafforzata e recursiva di ricerca di affermazione dell'identità.
Si pensi poi allo spazio negativo del pensiero (puntata numero 5), come luogo di emergenza delle radici profonde, d'identità.
Il concetto di spazio negativo del pensiero - lo riconosco - è complesso, ma l'ho elaborato per spiegare come questa identità affondi le radici nel sotterraneo del nostro cammino esistenziale-storico. In quella insondabile complessità della sua valenza razionale e pre-razionale.
Si pensi, ancora, alla assolutizzazione della libertà (episodio 6 - Il lato oscuro della libertà), che è causa di uno scontro permanente fra identità, autoinflazionate e gelose del proprio spazio. Spazio che rappresenta quasi un’unica dimensione empirica, tangibile di espressione della propria esistenza e quindi uno spazio bellico.
Rinvio ovviamente agli episodi citati, per approfondire tutti questi aspetti.
Ora, invece, per affrontare il tema dei nazionalismi irrazionali dobbiamo, come presupposto preliminare, ricorrere alla classica definizione di Stato.
Cos'è uno Stato?
Uno Stato si compone tre elementi fondamentali, il territorio, la popolazione e la sovranità.
Dal punto di vista dell'identità statale, ognuno di questi tre elementi è fondamentale.
Il territorio ci definisce spazialmente nel mondo, ci dice dove siamo.
Il popolo definisce la nostra soggettività collettiva, chi siamo?
Mentre la sovranità esprime capacità autonoma di esistere, come forma di attuazione concreta dell'identità.
Indubbiamente, visti questi aspetti, quello che per noi qui è più importante è “chi siamo”.
L'identità di uno Stato corrisponde all'autocoscienza collettiva condivisa fra i suoi abitanti. Questa comprensione della propria specificità non è immutabile: al contrario, è come un tessuto vivente, qualcosa che è in continua ridefinizione e riassetto.
Diversi sono i fattori, infatti, che vanno a costruire e disfare senza sosta quello che un popolo sente di essere, tessendo di continuo l'immagine collettiva della nazione.
Per richiamarci ancora al concetto di spazio negativo, possiamo dire che molti di questi fattori costituiscono propriamente degli agenti identitari. Non rispondono a domande razionali compiute, ma integrano gli effetti, l'elaborazione emotiva e culturale della collettività, spesso destinate a riversarsi poi nella tradizione, ma solo dopo che si sono affacciati alla storia come innovazione. Qui richiamo l'episodio 1: emulazione ed innovazione come interazione dinamica continua nella collettività nel proprio cammino concreto nella storia.
Dunque, molto di quello che una collettività vive come proprio, appare tutto sommato in parte indecifrato sul piano cosciente. Ma contribuisce – importantissimo - non poco a plasmare la sua logica di riconoscimento ed a determinarne di conseguenza il suo carattere nazionale, quindi la sua postura internazionale. Come questa collettività si comporta verso se stessa, al proprio interno (affari nazionali e domestici) e verso l'esterno appunto, con gli altri attori, gli altri Stati e gli altri enti sovranazionali.
Ogni strategia, ogni politica che attui questo sentire identitario della nazione parte inevitabilmente da questo complesso profondo rd indistricabile di desideri, di ambizioni, di paure, di memorie – soprattutto le più traumatiche - della nazione.
Questo quadro costituisce una sorta di mappa genetica, di genetica antropologica personalissima di ogni popolo.
In questo senso opera la politica, che ha tra le sue funzioni proprie la (almeno parziale) traduzione di questa mappa antropologica profonda. Traduzione che deve essere attuata nel modo più funzionale possibile, per la conservazione e per lo sviluppo della nazione stessa. Si cerca allora di declinare questa forma iniziale di identità grezza, ancora latente e potenziale, tramutandola in un disegno presentato al popolo, in una pedagogia, in una narrazione: quindi, un’azione di governo.
Questo processo di traduzione e attuazione costante avviene, però, in dipendenza di diversi fattori, che possono essere sia nei momenti di vita interna della comunità, sia nel modo in cui questo quadro viene tradotto e filtrato come materiale pre-identitario, ad opera soprattutto delle élite, ma dipende anche dai rapporti, dalle condizioni geopolitiche esterne, da tutte le interazioni con gli altri attori.
Quindi, un processo identitario nazionale si svolge in risposta continua, costante ed adattativa a dei vincoli. Questi sono dei vincoli sia interni che esterni.
In base a quanto detto, uno Stato esprime la sua personalità, inevitabilmente, in relazione.
In relazione alla sua posizione nel mondo, per come questa posizione si determina storicamente, oltre che per quanto poi, di conseguenza, ci si aspetti di ottenere in futuro.
Il presente è allora una cesura viva, mobile, in cui la politica agisce cercando di condensare il profondo del vissuto pre-razionale, codificandolo in una visione collettiva, condivisa e funzionale per attuarlo in politica nazionale.
Ora, proprio su questo aspetto accade che in date circostanze questa massa identitaria grezza, ancora latente e che va interpretata della nazione, aumenti il proprio peso, la propria consistenza. A volte accade che si autoalimenti più rapidamente di quanto non si riesca a metabolizzarla, processarla, raffinandola per rendere questa spinta identitaria una razionalizzazione sufficiente e funzionale.
In tali casi la massa identitaria incompiuta non è più soltanto una leva, una spinta, ma diviene essa stessa scopo politico dello Stato.
È il caso, questo, di alcuni dei nazionalismi che oggi si riaffacciano sulla storia, o meglio, sul presente, anche nel nostro vecchio continente.
Ma un nazionalismo, in fondo, cos'è?
Non è altro che questo: rendere scopo strategico, quello che sarebbe invece semplicemente un fattore motivante della collettività, cioè l'identità.
Filosoficamente potrei dire che si va a sovrapporre indebitamente la causa efficiente, cioè la spinta nazionale fatta di questo materiale grezzo e motivante, con la causa finale, lo scopo finale per cui una nazione vive. Ovvero, nel trasformare ciò che dà la spinta in ciò che deve essere raggiunto, viene estremizzato il valore dell’identità fino a renderlo esistenziale, divenendo una soglia invalicabile, o meglio una scusa ineludibile per ogni questione da affrontare, passando così dalla promozione del proprio interesse nazionale alla sua asserzione aggressiva incomprimibile, per cui ogni ostacolo all'affermazione di questo interesse nazionale accresciuto e moltiplicato, diventa motivo di per sé sufficiente a giustificare ogni strumento.
Ancora una volta, possiamo parlare di logica bellicistica.
Cioè, la logica degli Stati nazionalisti si dimostra sempre divisiva e binaria: simile all’atteggiamento di un fanatico, per cui il prezioso contatto con la realtà viene sacrificato quasi totalmente in favore della necessità di raggiungere un'ideale irriducibile.
Lo definirei un “idealismo di pancia”.
Rendendo l'identità fine ultimo dell'azione politica, in quanto posta sempre come interesse vitale per ogni cosa, necessariamente l'identità diventa non solo strategia finale, ma anche tattica.
Cioè, ad ogni scelta politica l'identità si pone sia come fine che come strumento: strategia e tattica si sovrappongono e si confondono. In altre parole, va così ad attuarsi l'esatto contrario di ciò che la strategia è per definizione. Faccio una cosa perché la voglio e la voglio perché la faccio.
C'è uno schiacciamento del ragionamento, è un ragionamento circolare fine a se stesso, non dà nulla di nuovo, non motiva. Infatti, quello che si fa si automotiva: cioè il modello identitario, il paradigma identitario di una nazione diventa la nazione stessa, tagliando così i ponti, con un gesto idealistico di forza, con ogni considerazione bilanciata dei vincoli interni esterni che avevo citato prima.
E quindi, ancora peggio, funzionalizzando questi vincoli, questi limiti a tale soddisfazione, la propria continua autoidentificazione.
L'esito di questa estremizzazione non può che essere un comportamento aggressivo e quindi prebellico.
Dunque, in cosa differisce un nazionalismo da una politica semplicemente patriottica, nazionale e non strettamente nazionalistica, anch'essa certamente naturalmente basata su interessi nazionali e plasmata per conseguire interessi pur sempre particolari?
Differisce in questo: la politica dell’interesse nazionale di norma si avvede dei limiti che lo comprimono, mediando e compensando per raggiungere un compromesso accettabile, ma realizzabile.
Torna qui il principio di realtà, l'adeguamento che tante volte invochiamo nel podcast, mentre la deriva nazionalistica pone l'interesse nazionale come non-limite della sua politica, perché ogni volta è ragione esistenziale da portare avanti a tutti i costi.
Avviene allora che si autoalimenta la carica aggressiva della propria politica proprio abusando della categoria di nemico: nemici della nazione sono gli oppositori interni, così come nemici della nazione sono gli avversari esterni.
Ecco che si rende ora visibile la logica binaria del nazionalismo irrazionale, bellicosa per eccellenza.
Ciò significa che per raggiungere questo non-limite potranno essere varcate tutte le soglie necessarie, che altrimenti si considererebbero, politicamente o eticamente o strategicamente, rischiose o comunque non accettabili, non superabili.
Il nazionalismo possiamo immaginarlo come un veicolo a guida autonoma, in cui i parametri di controllo sono stati volutamente disinseriti e su cui l'autista non interviene, aumentando di conseguenza i rischi di incidenti e, soprattutto, rinunciando a quella capacità di reazione istantanea rispetto ad imprevisti che tutto sommato l'abilità dell'autista riesce ancora ad affrontare.
A seconda delle difficoltà del momento storico in cui si sviluppa, un governo spiccatamente nazionalista ricorrerà spesso al concetto di minaccia esistenziale o di interesse vitale per la nazione.
Quante volte si sente dire “entriamo in guerra” per interesse vitale della nazione o che sorge un pericolo che è “minaccia esistenziale”, per cui occorrono poteri emergenziali, proprio appunto per legittimare molte soluzioni politiche, in una narrazione da clima di ripetuta e protratta emergenza da affrontare immediatamente, in nome del sacro fuoco nazionale?
Per aggirare, proprio per tali motivi di urgenza e di forza maggiore, quel poter legislativo ordinario, più delle volte parlamentare, che viene sostituito da una serie di decretazione d'urgenza, di atti esecutivi, etc., si presenta dunque ogni questione come cruciale, consentendo di porre come sommamente importanti gli interessi che la soluzione politica adottata alla questione vuole proporre, ritenendo così necessari e al di sopra di tutto, abolendo dunque, di conseguenza, i fisiologici bilanciamenti istituzionali, le valutazioni istituzionali congiunte per derogare a molte regole di funzionamento dello Stato.
Quindi, da un lato si innalzerà lo status qualitativo delle decisioni assunte, presentandole come necessarie ed inevitabili, dall'altro si abbasserà la dignità ed il valore degli interessi divergenti, o comunque non coincidenti, rispetto a queste decisioni (per es., i diritti di minoranza e la coesistenza pacifica con altri Stati, il diritto internazionale, etc.).
Ecco il punto che volevo toccare.
I nazionalismi di questo tipo sono non funzionali, perché non accordano gli elementi pre-razionali a criteri razionali di scelta politica, fanno invece proprio il contrario, cioè subordinano la razionalità al pre-razionale volutamente non processato, non distillato, ma lasciato grezzo (e guidato ad hoc) ed intatto nel suo potere, nel suo fascino primordiale.
Cioè: la pancia guida la mente, idealismo di pancia appunto. Spesso, infatti, proprio il populismo fa parte del sistema nazionalistico spinto.
Questi nazionalismi irrazionali non sono funzionali, in quanto montando il tasso di conflittualità sia interno che esterno, con la logica noi/loro, noi /nemici, emarginano i processi per digerire i conflitti, la dialettica, il dialogo, gli equilibri istituzionali ed internazionali.
Non fanno altro che impedire una congiuntura di respiro che sul piano internazionale, è fisiologicamente rappresentata dalla diplomazia.
La diplomazia cosa è?
Promuove sempre e comunque interessi particolari, di ciascuno Stato. Ma li promuove fisiologicamente, per natura, in un contesto di contemperamento e compensazioni di interessi come anche di conflittualità, ma sempre grazie al dialogo continuo.
Ecco perché tali nazionalismi sono irrazionali, sinteticamente per due motivi:
1) perché nella loro genesi, nella loro fisiologia interna, facendo coincidere strategia e tattica, così portando il motore identitario ad essere scopo stesso della nazione, rendono irrilevanti tutti quei meccanismi di revisione e adattamento critico verso le politiche che adottano, perché se ogni cosa è fondamentale, allora risulta inconfutabile;
2) perché, divenendo aprioristicamente l'identità l'alfa e l'omega della loro azione, ed essendo non razionale nel profondo la matrice di ogni identità, il criterio ultimo di decisione di questi nazionalismi risulterà necessariamente opaco, in quanto principalmente pre-razionale e quindi come tale assoggettabile ad ogni narrazione di comodo.
Tradotto: i nazionalismi irrazionali vivono di sottrazione analitica, moralizzando all'estremo ogni decisione, proprio per esentarla da indagini critiche. Come l'individualismo che, lo abbiamo già visto, è nemico della democrazia, così lo stesso suo seme in dimensione collettiva, in questo caso il nazionalismo autoreferenziale, è nemico non solo della democrazia, ma anche della pacifica convivenza. Sia dentro lo Stato sia verso gli altri Stati.
Irrazionale diverrà anche il popolo, che assuefatto, educato, abituato nel suo sentire a questa visione, si abituerà alla preminenza del proprio io collettivo come spazio bellico votato all'estremo per definizione, reso progressivamente incapace di percepirsi come spazio identitario relazionale in continua riattuazione ed adeguamento con gli altri.
Questi nazionalismi sono quindi rischiosi, pericolosi, ed il loro odierno diffondersi non è casuale, ma correlato al decadimento della globalizzazione, figlia anch'essa di un universalismo ideologico privo di profondità analitica, in risposta prevalentemente emotiva alla caotica fase di transizione dell'ordine internazionale, risposta che ha il sapore di un rimedio rassicurante verso il timore dell'incertezza e verso lo scoraggiamento di un’evidente riduzione del valore delle regole. Disagio tipico di ogni passaggio epocale, da un ordine che si va disintegrando verso un ordine che ancora non si è formato.
Il cambiamento di paradigma è sempre traumatico, soprattutto per coloro, come noi occidentali nel recinto, che nel paradigma morente hanno tratto maggiore vantaggio e prosperità e serenità e del cui mondo costituivano (o meglio, costituivamo) la maggioranza.
Può vedersi una somiglianza con la condizione europea della Prima Guerra Mondiale, quando i nazionalismi rispondevano all'esigenza di rivendicare autonome identità e un riconoscimento politico e statale, per minoranze etniche fino ad allora racchiuse in grandi imperi, quei grandi imperi che infatti si sciolsero dopo il 1918.
Solo che oggi la carica irrazionale di questi nazionalismi è maggiore, secondo me, perché ancora più anacronistica rispetto a come è strutturato l'odierno ordine mondiale.
Infatti, l’attuale interconnessione trasversale e complessa rende molto rischiose le politiche nazionalistiche a oltranza.
Emerge, qui, proprio la contraddittorietà della presa attuale dei nazionalismi irrazionali: da un lato rispondono all'emotività ed anche alla nostalgia, se vogliamo, ma dall'altro non sanno commutare queste esigenze emotive in una strategia effettiva che sia idonea, nel lungo corso, alla costruzione di un futuro sinergico con il contesto effettivo in cui ci troviamo.
Cedere ulteriormente a visioni tendenti all'irrazionale non fa che aumentare questo carico generale di irrazionalità e quindi l'instabilità, alimentando a sua volta la probabilità di risposte emotive a catena, in una conflittualità crescente.
Un pericoloso circolo vizioso, che può essere evitato a patto di uscire, con attento lavoro, dal proprio recinto.
La libertà, almeno dal diciannovesimo secolo, è parte integrante del dibattito pubblico diffuso in Occidente.
In realtà, la sua “moderna” tematizzazione filosofico-politica affonda le radici già nel tardo ‘500 e nel ‘600; in particolare, fra gli altri, con le opere di Hobbes e Locke.
La riflessione sul tema nasce nel solco dell’analisi del rapporto fra potere e sudditi (poi cittadini) e sulla legittimazione dell’autorità statale come garante della civile convivenza.
Successivamente, con l’avvento e lo sviluppo della modernità in tutta la sua forza elevatrice dell’essere umano nel progresso, la libertà ha assunto una connotazione maggiormente legata alla singola persona in chiave di Homo Faber, qualificandosi elemento innegabile dello status di essere umano in quanto, se non cittadino del mondo, almeno cittadino bianco europeo o di origine europea (v. USA)… (si pensi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, all’art. 1 “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.”; ed al successivo art. 4 “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. (…)”), perché a ben vedere proprio durante lo sviluppo del tema della libertà come status naturale legato alla garanzia della legge di marca illuministica assistiamo anche alla concomitante presenza – e legittimazione filosofica da parte di non poche gradi personalità del tempo, si pensi a Washington, Jefferson e Madison, considerati niente meno che “Padri” o Maggiori della nazione statunitense forgiata di illuminismo, possedevano schiavi durante il loro mandato, come molti altri Presidenti successivi… nazione USA di cui la Costituzione del 1776 non ne aveva previsto infatti l’abolizione – ma solo una “regolamentazione”…, abolizione che sarebbe giunta solo con il XIII Emendamento del 1865 – dopo oltre 100 anni e una devastante Guerra Civile.
Dunque, come accennato, con l’esponenziale sviluppo economico e con il progresso scientifico, lo spirito moderno è giunto alle soglie della contemporaneità con un’immagine dell’essere umana autoreferenziale, in cui la fiducia sempre maggiore nelle proprie capacità, nella parabola del positivismo durata fino all’inizio del XX secolo, ha visto l’uomo misura di tutte le cose.
E, se diveniamo misura di tutto, per converso nulla ci può limitare.
Si è così accesa, nella coscienza diffusa, l’abbagliante fiamma della libertà fine a se stessa in quanto, allo stesso tempo, condizione naturale e corollario della nostra capacità di incidere sulla natura e di signoreggiare sul mondo.
Poi, è iniziato lo scollamento.
Preannunciato, emblematicamente, dall’improba opera di Nietzsche, l’autorappresentazione dell’uomo liberissimo e volente, e quindi capace, si è scontrata con la corrosiva nuova prospettiva scientifica di inconciliabilità delle leggi fra mondo macroscopico e microscopico (subatomico).
La coincidente morte dello scientismo ha tirato giù con sé la fiducia positivistica ed il clima antropologico si è fatto improvvisamente grigio, nella cupa incertezza di fronte ad un mondo che si è svelato meno accessibile, e soprattutto meno comprensibile e dunque meno malleabile, di quanto si fosse prima creduto.
Ma lo scollamento si è prodotto anche, per quello che qui ci interessa, fra senso di potenza e senso di libertà.
Quando la prospettiva di una libertà fine a se stessa, in quanto condizione assoluta, autocelebrata come naturale e soprattutto avocata come fonte di potere individualistico, cessa di essere supportata da una fiducia tecnica per poterla esercitare in tutta la sua illimitatezza (illimitata nel senso visto prima: se l’uomo è misura di tutto, nulla misura l’uomo), allora il castello cade e la libertà viene mantenuta in vita non più come condizione motrice dell’identità antropologica occidentale contemporanea, ma come totem, idolo in cui è necessario credere per non scivolare ancora più giù, nell’incertezza più buia di ogni altra provata in passato, perché persistente nonostante tutto il progresso acquisito ed il cammino faticoso per la tanto desiderata civilizzazione.
Tutto questo processo ha indotto, come “per compensazione”, ad elevare nella nostra coscienza ancora di più la libertà, a renderla simbolo da difendere a tutti i costi, per garantire la legittimazione del passaggio, civilizzatore più che antropologico, da homo sapiens a homo sapiens sapiens.
Siamo così giunti ai nostri giorni, in cui continua a valere maggiormente attuare, con ogni proprio momento disponibile, insindacabilmente la propria libertà: ecco la radice profonda del nostro individualismo e della società dei consumi di ho già parlato in precedenza.
L’unico modo per mantenere fiducia in noi stessi è infatti percepirci come liberi a tutti i costi, inflazionando il nostro senso di libertà fino renderci tossicamente dipendenti della sua visibilità e tangibilità: consumi, esperienze estreme, luoghi sempre nuovi da mostrare… modellando il mondo e gli altri anche e nonostante ingiustizie e conflitti. Perché la libertà è talmente basilare per la nostra identità che non possiamo non vederla altrettanto basilare per gli altri.
Il problema in fondo è proprio questo.
Ovviamente la libertà è condizione naturale per l’esistenza umana. Ma quale libertà?
Quella di scegliere come adeguarsi alla realtà (torna la mai troppo citata importanza del principio di realtà e grazie ad esso, della concezione dell’intelligenza come capacità di adeguamento, e quindi della comprensione ampia del nostro pensiero come pensiero integrale, visto nello scorso episodio, cioè come visione capace di considerare tutti quegli elementi, che non solo cognitivamente compongono la nostra esistenza, ma che, anche e soprattutto che concretamente, incidono sul nostro agire e quindi sullo spazio di libertà in cui li nostro agire necessariamente si snoda).
Esiste la libertà, nel senso – forse - di una limitata libertà di scegliere le proprie azioni in modo propositivo quando le condizioni reali lo consentono, ma esiste soprattutto la libertà di azione reattiva, quindi di re-azione (l’adeguamento) rispetto a ciò che non possiamo controllare nel suo accadere o no. Le giornate e gli eventi spesso, lo impariamo continuamente, ci arrivano addosso.
Invece, il feticcio della libertà così come visto, cioè in quanto veicolato dalla crisi profonda del nostro potere di capire ed agire nel mondo, ha inflazionato il valore percepito del nostro essere liberi, stravolgendone il significato.
Ci troviamo in una paradossale falsificazione della libertà, data dalla continua pretesa e ricerca di una astratta e generica condizione di “assenza da vincoli” (affettivi, economici, temporali, fisici, etc.) che, posta così, non ha in realtà molto senso, ma in cui ci vogliamo sentire accolti per tutelare un senso di benessere e di primato nel mondo che effettivamente è fittizio o al più incontrollabile.
Ulteriore elemento, che si aggiunge a quelli esaminati nei primi 4 episodi del Podcast, e che ci separa dal contatto fruttuoso con la realtà.
Perché questo senso gonfiato di libertà nuoce non solo alle nostre aspettative quotidiane e soprattutto al rapporto con gli altri, poiché ovviamente la propria libertà è spazio bellico in confronto costante con quello degli altri, ma danneggia anche sul piano collettivo la politica alla sua base: se la libertà come sopra descritta fonda ogni “confronto” (contatto, ogni nostra interazione) con la realtà, allora ogni dialettica diventa “scontro” e questo scontro sarà esistenziale perché volto ad affermare libertà, concepite come essenziali ma contrapposte allo steso tempo. Cioè, lo scontro alza progressivamente ed esponenzialmente la propria posta in gioco nella intima convinzione - di cui non è contemplabile la perdita a meno di non rinunciare alla propria identità che, come visto, proprio sulla libertà fine a se stessa si regge - che solo l’affermazione della propria libertà ne possa dimostrare l’esistenza, esistenza che per il senso antropologico contemporaneo è possibile solo idealmente e che quindi, come ideale assoluto, può farci sentire autorizzati ad azioni drammatiche, ma sempre giustificabili alla luce di tale valore metafisicamente fondante e come tale incomprimibile e che, fra l’altro contraddittoriamente, viene percepito allo stesso tempo sia come base metafisica sia come guadagno identitario irrinunciabile, anzi direi obbligatorio e quindi imponibile agli altri per dovere morale categorico (qui il richiamo è all’episodio, l’alienazione poststorica).
Le narrazioni associate a molte delle guerre in corso oggi ne sono una tragica riprova.
Ripeto, esiste la libertà, ma come campo di gioco della nostra esistenza. Come tale, con tutte le sue variabili, incognite e affezioni fisiche mutevoli di ogni terreno concreto.
In effetti, sul piano storico provochiamoci così: se la libertà è un valore assoluto di assenza di vincoli, più che una condizione esistenziale empirica e pertanto variabile, e se come valore può essere propagandabile, esportabile, allora il “trapiantarla” anche a mezzo di coercizioni (le politiche neocoloniali di nation building?) ed eventi violenti (non per forza guerre: sommosse indotte, guerra psichica, etc.) non costituisce di per sé una sua negazione intollerabile?
La libertà, per essere tale, può solo essere acquisita personalmente.
Quindi, il lato oscuro della libertà come totem contemporaneo consiste secondo me nell’aver dimenticato che, in quanto esseri limitati, sebbene aperti alla possibilità dell’infinito, spesso confondiamo la distinzione fra potenza ed atto (caro Aristotele): nelle nostre azioni-attuazioni, con ogni nostra scelta, noi de-limitiamo la nostra stessa libertà proprio mentre la esercitiamo. L’attuazione elide istantaneamente la condizione di potenzialità che la precedeva.
Questa, credo, è la sola concreta esperienza di libertà che possiamo avere.
Agganciarsi ad un concetto, vago più che assoluto, di libertà come traguardo di vita condotta da atomi isolati e recursivi della continua ricerca di dimostrarsi più liberi possibile conduce a null’altro che ad una forma nuova di schiavitù, negazione in termini di ogni libertà, quella schiavitù della libertà provata ad ogni costo, con il massimo utile individuale possibile sempre.
Oltre a questa prospettiva antropologica, interessa anche traslare il discorso sul piano civile: la libertà come “pacchetto” di libertà fondamentali, diritti civili e politici, ha senso perseguirla solo e se il pacchetto sia inteso in senso “modulare” o variabile, cioè in quanto adattabile alle condizioni della collettività specifica. Va da sé che, con quanto detto, anche in questo caso “calare da fuori” un simile processo, pur se apparentemente positivo, si scontrerebbe inevitabilmente con l’assenza di condizioni culturali, sociali, organizzative e di sensibilità politica minime idonee ad assicurarne il mantenimento.
Cioè, anche sul piano collettivo ed internazionale, la libertà (libertà-pacchetto in questo caso) ha senso solo se incarnata come cammino proprio e non eterodiretto.
Al massimo, è possibile favorire, forse ed alla lunga, il processo con scambi e relazioni idonee fra culture e società diverse.
Ma qui si torna al concetto del 2’ episodio: Syn-philosophein.