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dal Podcast Recinto Moderno

 

Episodio 4

 

 

 

L'alienazione poststorica

 

 

Come siamo arrivati, noi occidentali europei, con nazioni ricche e spesso protagoniste di eventi cruciali per l’umanità, ad uscire dalla storia e addirittura a faticare per rientrarci?

 

Oggi vediamo il 3’ ed ultimo POST, ovvero l’atteggiamento distorsivo del tempo, fra quelli indicati nel 1’ episodio.

 

Ho pensato a come rappresentare metaforicamente l’alienazione poststorica.

 

Se avete seguito le puntate dedicate ad individualismo e consumismo, ricorderete che questi due fenomeni sono stati da me descritti come, complementari, come cioè due facce della stessa medaglia.

 

Ecco, l’alienazione poststorica me la raffiguro come un nostro prolungato e compiaciuto guardare assorti, intontiti, questa medaglia che teniamo fra le mani e che non ci fa guardare avanti, ma verso terra.

 

Cioè, individualismo e consumismo magnetizzano e scaricano le forze motrici della nostra civilizzazione, ingolfandole in visioni ed ambizioni frammentate e dal respiro corto.

 

Ripercorrendo le storie, perché la storia non è mai una sola, delle nazioni europee, si nota che ad un certo punto noi europei siamo usciti dalla storia, cullandoci in un ovattato ed “eterno” presente per circa 80 anni.

 

Ma questo processo di cristallizzazione del presente affonda le sue radici già prima del secondo dopoguerra.

 

Condenserei in tre principali cause la rinuncia al senso storico occidentale, tutte scaturite da una radice comune, che potremmo chiamare EUROCENTRISMO.

 

Queste tre principali ragioni che individuo per la nostra uscita dalla storia sono:

1.      rivoluzione industriale e progresso scientifico e tecnologico;

2.      colonialismo;

3.      guerre mondiali.

 

 

1 - PROGRESSO

 

Dell’impatto del progresso scientifico e tecnologico e quindi industriale ho già parlato, in parte, nell’episodio sul consumismo.

 

Qui mi interessa sottolineare che il formidabile progresso europeo innescatosi dall’Umanesimo e poi potenziatosi con l’illuminismo e consolidatosi con il positivismo ha reso le nazioni europee tecnicamente fra le più capaci al mondo, forgiatrici pionieristiche della modernità come noi oggi la conosciamo, attraverso scoperte ed innovazioni prodigiose in tutte le scienze e con applicazioni tecnologiche di enorme portata a tutto campo: per la qualità e speranza di vita, per la produzione agricola, per i trasporti e nelle industrie, per le  telecomunicazioni e molto altro.

 

Un insieme complesso di fattori: filosofici, sociali, economici, geografici… ha favorito questa straordinaria esplosione di progresso. Ciò è indirettamente confermato dalla constatazione che, con i drammi spaventosi delle 2 guerre mondiali, il centro motore del progresso si è spostato negli Usa proprio anche grazie alla fuga, alla diaspora delle migliori menti europee del tempo, occasione che gli americani hanno colto pienamente spendendo grandi risorse per creare uno fra i migliori ambienti diffusi di ricerca e sviluppo e di investimenti al mondo.

 

In altre parole, gli Usa hanno iniziato a dominare quando e perché gli Europei si sono sparati sui piedi, con i due conflitti mondiali. Terminato ed esaurito il margine geografico dell’espansione coloniale con le sue proiezioni di potenza, con il XX secolo gli europei sono tornati a farsi la guerra in casa.

 

Questo primato di progresso ha indotto a formarci un’immagine dell’Europa, in parte anche veritiera ma non per questo giusta, come di un fortunato giardino luminoso, che fino a tutto il XVII secolo ha convinto il prototipo dell’uomo bianco europeo di essere “nato” per dominare non solo la natura, ma il mondo e tutti i nostri simili, ma non uguali, che il mondo abitano.

 

 

2 - COLONIALISMO

 

Lo abbiamo già citato. Il processo di hybris (tracotanza) europea ha preso le mosse anche dalla disponibilità, acquisita a suon di cannoni e tamburi, di immense ricchezze ricavate nei secoli dalle espansioni coloniali e colonizzatrici da parte dei maggiori Stati europei in tutti i continenti.

 

Il senso di superiorità tecnica, la “volontà di potenza” del progresso, si è fertilmente innestato sul razzismo di fondo che ha accompagnato la triste storia delle colonizzazioni, con tutto ciò che queste hanno comportato in termini negativi: schiavitù, inculturazioni forzate, genocidi, sfruttamenti, spoliazioni di terre e di risorse, etc..

 

Non sto tentando di professare un senso di colpa storica come europeo, sto solo descrivendo l’evoluzione del nostro pensiero in funzione della nostra storia. Lo scontro fra popoli e civiltà non è una novità europea, è la storia umana che vive e si snoda, volendo stringerne all’osso l’analisi, su puri rapporti di forza.

 

Non a caso i più grandi rivoluzionari e martiri sono stati coloro che hanno voluto opporsi con l’estremo esempio al fatalismo di questa tale constatazione, che la storia è il flusso delle forze che si incontrano e scontrano: anche se le cose stanno così, questi modelli eccezionali hanno mostrato che possiamo dire di no, provare a comportarci diversamente e no solo in base alla legge della forza, pur sapendo che, alla fine, questa legge non uscirà mai del tutto dalla storia, di cui è connaturata espressione. Le grandi esistenze sono appunto esempi, e come tali successi di per sé, a prescindere dall’essere riusciti o meno ad abbattere la resilienza (termine troppo di moda dal Covid in poi) dello stato delle cose, alla lunga. E lo stato dele cose è appunto, quello di storie in rapporto, sempre mutevole, di forza fra loro.

 

Ora, lo slancio del progresso europeo rispetto a molte altre aree del mondo dal XV secolo in poi ha indotto al fondamentale passaggio antropologico da “potenza” a “pre-potenza”, e quindi alla impronta nella coscienza della colonizzazione come processo di civilizzazione del non-europeo, un potere-dovere in quanto tale.

 

L’ideologia che si cela dietro ai fenomeni della colonizzazione è sempre la stessa: dove vado porto il beneficio della mia civiltà avanzata, che mi legittima a plasmare le civiltà che incontro, meta del mio dovere morale e fonte del mio guadagno materiale allo stesso tempo.

 

Per sintetizzare: il principio di libera determinazione dei popoli vale fra popoli di pari rango, ma se tu sei inferiore a me allora è mio dovere (e, ripeto, diritto) “aiutarti ad auto-determinarti”, ovviamente come dico io.

 

Così, al progresso, in un ciclo di alimentazione reciproco, si è accompagnato il moralismo colonialistico.

 

Forse non tutte le conseguenze del colonialismo sono state negative, anche questo va detto. Ma qui non analizzo il fenomeno in ogni suo aspetto, ma solo come co-fattore generatore della nostra visione fuori dalla storia attuale.

 

Il colonialismo, come atteggiamento, è certamente di per sé predatorio e fonte di ingiustizie, ma ci potrebbero essere effetti che invece hanno costituito, almeno parzialmente, un contributo alla “internazionalizzazione del mondo”, cioè alla creazione progressiva e, purtroppo, proprio per questo anche squilibrata, di un “contesto internazionale” sentito come mondiale e non più solo locale e regionale. Cioè, il mondo si è accorto di essere mondo mescolando sempre di più la propria ricchezza che è la varietà delle civiltà, le differenti culture e visoni dei popoli, proprio anche mediante l’iniziale e unilaterale “prepotenza” di alcuni popoli su altri.

 

La storia è forse anche questo, saper “riciclare” ogni fenomeno al di là del prevedibile (Hegel parlava – sebbene più propriamente nel senso di progressiva attuazione dello spirito nella storia - di una “astuzia della ragione”, il cui corso sfugge, per fortuna, alla prevedibilità e dunque alla manipolabilità degli autori dei singoli eventi storici[1]).

 

Ciò che interessa in questa analisi è però che la visione coloniale in fondo non è altro che utilitarismo razzista. E che la mentalità che ne è storicamente seguita per manifesta non-sostenibilità permanente della fase puramente coloniale perché manifestamente ingiusta, cioè la mentalità postcoloniale, è rimasta razzista anch’essa, mascherata di paternalismo.

 

Insomma: abbiamo smesso di dominarvi direttamente, ma non vi preoccupate. Continueremo ad aiutarvi a diventare come noi.

 

A conferma del razzismo coloniale, l’esempio della considerazione non colonialistica del fenomeno nordamericano del c.d. settle colonialism, per cui gli USA sono sempre stati considerati come noi, una nostra traslazione, in quanto i nostri avi europei andarono oltre oceano per insediarsi, non solo per governare.

 

Quindi per gli Stati Uniti d’America non si parla e non si è mai parlato di ex-colonie o di post-colonialismo. Siamo gli stessi popoli (ex -colonia inglese in primis, ma con diversi ceppi etnici: il maggiore di tutti è quello germanico, poi l'inglese, l'irlandese, l'italiano, il polacco, etc.).

 

Dunque, non c’è “disparità”. Una conferma di razzismo implicito tipico delle colonizzazioni.

 

 

3 - GUERRE MONDIALI

 

La lotta fratricida fra i popoli e le nazioni d’Europa ne ha da sempre segnato la storia.

 

Il XX secolo ha visto con la Prima Guerra Mondiale la fine dei Grandi Imperi e l’inizio della decadenza dell’egemonia politica, culturale e militare europea, culminata nella Seconda Guerra Mondiale con la dissoluzione degli imperi coloniali ed in particolare con la fine della globalizzazione inglese, a cui è succeduta quella statunitense, ora in crisi.

 

Per quello che ci interessa qui, occorre focalizzare non tanto sugli eventi bellici quanto sul conseguente quadro geopolitico che ne è conseguito. Gli USA sono intervenuti in Europa per restarci, per evitare il reinnesco di nuovi focolai di guerra e per impostare un nuovo ordine, all’esito della Seconda Guerra Mondiale, di garanzia della pace con guadagno della posizione di egemone dell’Occidente e di baluardo contro l’espansione del bolscevismo sovietico, dalla stessa parte della barricata nell’opporsi a Germania, Giappone ed Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi divenire nemico ideologico giurato.

 

Quindi, un mondo postbellico bipolare: la sfera a guida USA (Nato e partner affini) contrapposta alla sfera a guida URSS (Patto di Varsavia e partner affini).

 

In questo quadro, quelle che ancora molti di noi ritengono espressioni di spirito europeo non sono altro che filiazioni del disegno americano di controllo e gestione del Vecchio Continente: Nato, UE, etc.

 

Resuscitati come “alleati”, anche se eravamo formalmente nemici in guerra, noi e gli altri Paesi europei occidentali ci siamo incastonati con piacere nel mosaico a guida USA.

 

Mentre gli americani garantivano (almeno formalmente, per fortuna durante la Guerra Fredda non ne abbiamo mai saggiato la tenuta effettiva) la nostra sicurezza e diffondevano i loro standard egemonici a cominciare dal dollaro e dalla loro cultura, ci siamo per certi versi de-europeizzati proprio mentre pensavamo di costruire una nuova Europa, secondo tratti e giochi di forze non realmente risolutivi delle nostre vecchie crepe interne, quanto invece strumentali al controllo indiretto degli USA. Ecco dunque la “Europa Unita”, ma neanche tanto, più che altro interconnessa economicamente e con un tratto comune in tutti i suoi blasonati Paesi: quello di essere di fatto Stati a sovranità limitata, con vincoli esterni, formali e meno formali, che ne limitano l’autonoma libertà di movimento in particolare, ma non solo, in politica estera.

 

Oggi vediamo un tratto un poco più brutale nella postura americana dell’amministrazione Trump: detto-fatto, ci siamo impegnati al rispetto della spesa militare del 5% rispetto al PIL, senza neanche discuterne in merito più di tanto. Per non parlare della questione groenlandese.

 

Ma tutto questo perché ci interessa qui?

 

Per dimostrare come far parte di una brigata guidata da altri che hanno fatto la gran part del lavoro sporco di protezione, ci ha permesso di disinteressarci del presente e di raccontarci sempre la stessa storia: noi siamo la parte vincente dell’umanità, vincitori (dovremmo cihderci: davvero tali?) della Guerra Fredda e titolari di un “diritto ereditario di supremazia” di elevato grado di civilizzazione (ottenuta, fra parentesi, con il sangue e la violenza: forse il continente europeo è il più violento della storia umana).

 

Quindi, concludendo:

 

dato che siamo migliori (razzismo), sviluppati (progresso: si veda la nostra fastidiosa terminologia di classe per parlare degli “altri”: 2’ mondo, 3’ mondo…), benestanti pacifisti (a carico altrui), allora siamo noi il punto di arrivo della storia, la destinazione verso cui l’umanità tutta dovrebbe tendere.

 

In questa tripla finzione superba, abbiamo perso la capacità di fare strategia, ovvero di pianificare un punto di arrivo complessivo dei nostri interessi nazionali (ma questa deficienza di lettura si trova anche negli individui. Per esempio, spesso mi è capitato di sentir dire: “Hai visto, ma ti pare che ancora stanno a fare la guerra laggiù?

 

Come a significare che non siamo noi che non vogliamo capire le ragioni di un conflitto – che non equivale mai a giustificarlo, ma a caprine le origini - ma che è colpa degli altri che sono arretrati perché ancora, sfortunati, non hanno capito che la guerra è un fenomeno archeologico, e quindi vanno aiutati a non farla più. Ma come aiutarli, se non ne sappiamo neanche individuare di volta in volta le ragioni profonde?

 

Ecco il mio invito a guardare con gli occhi degli altri del 1’ episodio, invito scomodo perché bisogna studiare, documentarsi ed uscire dalla propria metrica delle cose.

 

Ed ecco anche che ci troviamo incapaci, per evidente scollegamento dalla realtà e quindi conseguente demenza strategica e analitica (ricordate: il principio di realtà come albero maestro dell’intelligenza, attraverso l’adeguamento).

 

Ma non solo così abbiamo fatto in modo che, crogiolati nel nostro benessere consumistico e modellati su canoni culturali per cui uno dei migliori momenti della giornata è guardare la tv di sera sul divano pensando conoscere gli altri attraverso le fiction (tutto il mondo è paese), abbiamo lasciato e lasciamo fare la storia ad altri.

 

Dato che mi piacciono tanto, offro un nuovo gioco di parole: non solo non siamo autori della nostra storia, ma non ne siam più neanche attori.

 

Siamo così giunti all’alienazione, il distacco dal presente, che deriva dal vedere la storia come già finita dal 1991 con la compiuta egemonia del mondo occidentale.

 

E' il motivo per cui parlo, quindi, di ALIENAZIONE POST-STORICA.

 

Perché ci siamo pensati dopo (POST) la storia, suo ultimo stadio e compimento. E proprio facendo così ne siamo usciti, alienandoci.

 

Piccola nota interessante:

 

mentre, durante l’espansione coloniale, il mondo era a prevalenza popolato da noi di presunta razza bianca (in realtà siamo tutti meticci), oggi “noi” siamo alla grossa 1 miliardo. E gli altri 7 miliardi di “non-noi”, che peso hanno?

 

Qui si apre lo spazio per una provocazione:

 

in base ai nostri amati criteri democratici, alla nostra logica della maggioranza, chi avrebbe diritto a delineare il nuovo ordine internazionale che tanto invochiamo?

 

Lascio a ciascuno la risposta o, meglio, la riflessione.

 

Ma, certamente, se mentre iniziamo a riflettere continuiamo a vedere solo con i nostri occhi post-storici, sperando che il mondo non cambi fino alle nostre rive, fino alle nostre città e fino alle nostre montagne, ci stiamo in realtà rendendo non solo non-autori, non solo non-attori, ma comparse in un Paese da cartolina ad uso e consumo di altri.

 

 

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[1] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1837. Ecco una citazione dal testo: ”(…) le passioni si appagano, si realizzano e attuano i loro scopi in base alla loro determinazione naturale; così portano alla luce l’edificio della società umana, nel quale hanno conferito al diritto, all’ordine, il potere di agire contro di esse. La connessione indicata in precedenza fra libertà e necessità implica, inoltre, che dalle azioni degli uomini scaturisca qualcos’altro nella storia rispetto a ciò che essi si prefiggono e raggiungono… gli uomini fanno il loro interesse, ma così si produce qualcosa di più, contenuto a sua volta in quell’interesse, ma che non era presente alla coscienza degli uomini e nella loro intenzione.”.