filosofia, antropologia, geopolitica:
solopensando
dal Podcast Recinto Moderno
Episodio 3
Il consumismo postindustriale
Usiamo spesso definirci come la civiltà del consumo, ma vogliamo davvero che il consumo definisca la nostra civiltà?
Eccoci al 2’ dei tre POST citati nel primo episodio. I 3 POST sono strettamente legati fra loro, in particolare l’individualismo postideologico potrebbe dirsi presupposto del consumismo postindustriale. Individualismo e consumismo sono due facce di un’unica medaglia.
Citazione da A. de Tocqueville, Democrazia in America, 1835[1]:
“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini uguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari coi quali soddisfano i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca, ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.”
Questa attualissima immagine ha quasi 200 anni, ma sembra parlare di noi. Incredibile come una mente acuta possa, leggendo il proprio presente con chiarezza, presagire alcune tendenze profonde del futuro.
Cito Tocqueville per due motivi.
Primo motivo:
la sua previsione mostra la capacità che può avere un pensiero critico applicato con determinazione. Perché una cosa che tengo a sottolineare è che il pensiero non è fisso e rigido, ma può essere educato, addestrato ed affinare il suo funzionamento in modo sorprendente. Come? Con l’esercizio costante ed un metodo disciplinato.
Ovviamente, del resto, se non credessi alla possibilità di migliorare il pensiero non farei questo podcast, che – voglio chiarire – non pretende di addestrare, ma di offrire spunti attraverso la riflessione, invitando così al miglioramento.
Proprio non potrei addestrare nessuno neanche se volessi. Credo infatti che l’addestramento del pensiero possa arrivare solo con la volontà del singolo, in un certo senso è solo con l’accettazione ed il conseguente autoaddestramento che si può, successivamente, praticare l’addestramento. Ed è anche giusto, la nostra mente è troppo preziosa per lasciarla nelle mani altrui, anche quando siano mani benevole.
Ecco perché i pensatori autentici secondo me sono umili: è basilare una forma di accettazione per migliorarsi. Dicendo questo fra l’altro non invento nulla, pensate alle parole di Socrate: “io so di non sapere nulla”[2].
Però, aggiungo che lo sviluppo del pensiero non dipende tanto da quante cose si sanno, dalla conoscenza di per sé, ma da come si pensa sulle cose. La conoscenza è importante, ma non basta ed anzi a volte può fuorviare se non c’è autocritica continua e rigorosa del proprio pensiero, insomma rimane più sterile conoscere e conoscersi se “il pensiero non si offre al pensiero”, la nostra mente è fatta anche per autorevisionarsi.
Ecco per me l’importanza di (ri)costruire il pensare, condividendo.
Torniamo a Tocqueville.
Secondo motivo:
l’ho citato anche perché intuì con lungimiranza esemplare una parte della nostra realtà di oggi:
· dispotismo;
· uomini uguali;
· soddisfano piaceri (tralasciamo il tono moralistico, d’altronde era un uomo dell’800 ed ognuno è “figlio” del proprio tempo);
· in modo individualistico (al più, come accennato nel 2’ episodio sull’individualismo postideologico, raggruppati in ristrette e piuttosto ermetiche piccole comunità di “noi”, vedendo nel proprio giardino di casa uno specchio del mondo);
· assenza della patria: forzando un poco potremmo tradurre con alcuni aspetti della globalizzazione.
Perché siamo diventati molto simili, almeno dal punto di vista del consumismo, alla descrizione di Tocqueville e addirittura per me ci stiamo avvicinando ancora di più ad incarnare e forse superare questa immagine?
Dicevo che il primo post di cui ho parlato, ovvero l’individualismo postideologico è strettamente connesso a questo, perché li ritengo complementari: cioè reciprocamente di completano.
Perché?
Perché l’individualismo, esaltando i singoli, fa da base filosofica-morale al consumismo, che a sua volta, conformando le masse, tende così a schiacciare le individualità… causando per rimbalzo un ritorno all’individualismo a sua volta. Un ciclo perfetto, anzi un cortocircuito perfetto.
E’ di questo “cortocircuito” che vorrei parlare, e di come in particolare oggi si stia amplificando la sua potenza.
Partiamo dal consumismo come lo conoscevamo: produzione in serie di beni, sempre più categorie di beni non strettamente necessari e disponibili a prezzi accessibili, che una società dalle accresciute capacità economiche può, e tende, ad acquistare.
Quindi c’era – e perché parlo al passato lo dirò fra poco – questo “processo del consumo”: la realizzazione dei prodotti, la pubblicità, i bisogni ed i desideri delle masse (previsti o stimolati dai produttori e dalla filiera complessiva di distribuzione e promozione) … e quindi il consumo. Fine del processo.
Gradualmente, nei Paesi più avanzati, il consumo si è allargato dai beni materiali ai servizi. Infatti, nelle nazioni più sviluppate è il c.d. “terziario”, cioè appunto quello dei servizi, il settore che impiega più lavoratori rispetto all’agricoltura, prima, ed all’industria, poi. La terziarizzazione delle società segna già il passaggio dalla società industriale a quella POSTindustriale, perché il ciclo di consumo e la produzione di ricchezza iniziano a sganciarsi, almeno in parte, dall’effettiva capacità di produzione industriale sul territorio.
Un ulteriore e recente fattore, l’avvento della digitalizzazione, con le nostre “infosfere” e con l’intelligenza artificiale che ne espande esponenzialmente l’orizzonte di contatto e interazione con le nostre vite, cambia ulteriormente questo panorama.
Il filo conduttore di questi cambiamenti direi che si possa individuare nel PROCESSO DI CRESCENTE ASTRAZIONE.
Alla prima “astrazione” del consumo, quella appena accennata dei servizi (non solo più beni, oggetti), si è aggiunta una seconda astrazione: la nostra esistenza digitale.
Questo significa più cose.
Il nostro consumo in un certo senso si sta “astraendo”, dematerializzando, “spiritualizzando”.
L’astrazione è innanzitutto, chiaramente, il normale decorso dell’evoluzione tecnologica che siamo in grado di produrre, e quindi può dirsi, tra virgolette, naturale.
Ma questa dematerializzazione svolge due effetti nuovi e potenti, fra loro collegati:
1. rende la capacità di consumo istantanea e delocalizzata;
2. permette di rendere gli stessi consumatori oggetto del consumo.
In che senso?
1. CONSUMO DEMATERIALIZZATO
Il processo del consumo, prima accennato, attraverso la dematerializzazione non solo non ha più bisogno di luoghi fisici dedicati (negozi, centri commerciali, etc.) per incontrare il consumatore, ma neanche richiede più tempi esclusivamente dedicati all’esperienza del consumo.
In altre parole, da questo punto dio vista e specificamente con i servizi digitali, il consumatore non esiste più come aspetto separato della nostra quotidianità.
Possiamo essere consumatori in ogni istante ed in ogni luogo. Anzi siamo consumatori in ogni istante ed in ogni luogo. Già l’interconnessione dei nostri smartphone ci rende tali.
Non è solo l’accresciuta capacità di essere consumatori al di là dello spazio e del tempo che a renderci consumatori postindustriali, ma proprio analizzare questa nuova “potenza del consumo” può dirci ancora di più. Un esempio: gli algoritmi sempre più efficaci (digitalizzazione + AI, cioè big data + capacità di elaborarli predittivamente), quando meno ce lo aspettiamo magari dopo aver letto alcune notizie o aver acceduto a determinati link (credendo di non vestire in quel momento la veste di “consumatori”) ci portano poi nel nostro account mail pubblicità mirate riferite a libri, viaggi o prodotti connessi, legati all’”idea di noi” che il nostro camminare on line ha lasciato “costruire per noi”.
Cosa significa in questa riflessione un esempio del genere?
Vuol dire che si è ridotta la distanza fra la rilevazione dei nostri bisogni e desideri e la conseguente ricerca di appagarli. Non solo ci viene proposta anticipatamente una soluzione a ciò che ancora noi non ci siamo domandati, ma si inverte quasi il processo: da “dimmi cosa vuoi e ti dirò dove andare” a “dimmi dove vai e ti dirò cosa vuoi”.
Antropologicamente, questa inversione è potenzialmente una riduzione della nostra libertà.
Non siamo noi a determinarci progressivamente, ma – per sostituzione informatica di processi di calcolo statistico alla nostra mente- ci viene “proposto” chi siamo e cosa vogliamo per determinismo storico informatizzato.
Questo accade nelle nostre giornate molte volte ormai, sia che ce ne accorgiamo, sia che non lo vediamo: la profilazione è costante, attenta ed in continuo riapprendimento.
Risposta immediata: ovviamente non siamo obbligati a seguire i “suggerimenti”. Ovviamente. Ma non è neanche questo il punto.
Pensando alla serialità e massività di questo processo, dovremmo riflettere sul fatto che la pioggia di input continuamente “affini” ed “adeguati” ci conduce a percepire un mondo molto nostro, in cui la zona di sicurezza identitaria do ognuno non solo è rafforzata dalla ripetizione dei segnali provenienti dal “sistema” (che, cosa non secondaria, non è qui composto nemmeno di altre persone, ma di programmi) ma è dopata dal consumare proprio per sentirsi compiuta. Cioè, la nostra identità non è più punto di partenza delle nostre scelte m punto di arrivo per le scelte che ci vengono cucite addosso.
Ho citato Tocqueville come esempio di lettura oltre il proprio presente.
Ecco, quello che sto cercando di dire non balza agli occhi ora, ma in prospettiva – anche considerano l’esponenziale aumento delle capacità dell’intelligenze artificiale che in fondo fa proprio questo: sommare casi per definire scenari – è una riflessione che potrà forse avere valore in futuro. Non si fa analisi meteorologica solo per predire quando c’è il sole, ma anche e soprattutto per capire quando arriveranno le perturbazioni.
Qui il pensiero critico avverte.
2. CONSUMATORI OGGETTO DI CONSUMO
Ogni volta, ormai quasi costantemente, che noi agiamo come soggetti digitali lasciamo impronte e informazioni su di noi. Se fisicamente sarebbe impossibili rilevare e archiviare ogni nostro passo, ogni nostro gesto, parola o sguardo, digitalmente questa è la prassi.
Utilizzando ciò che ci permette di comunicare ed agire con il mondo, noi veniamo profilati e storicizzati.
Esistono dei nostri “io” fatti di dati, preferenze ed analisi connesse che non ci appartengono, non ne abbiamo il dominio, che vengono curati e alimentati per dirci cosa vorranno i nostri “io” fatti di carne.
Esistendo come soggetti nell’infosfera accettiamo implicitamente ed inevitabilmente divenirne anche oggetti.
Aggiungendo che la gestione dei nostri “io” fatti di dati è frammentata, mai riconducibile a poche entità (governative, private, etc.) peraltro spesso con sedi estere o internazionali e sempre meno localizzabili (la rete die server che ospitano i dati non coincide più, tantomeno fisicamente, con i titolari dei dati che ci riguardano).
Quindi, in conclusione: la nostra libertà vede ridotto il proprio margine di manovra perché non più protetta da un minimo di spazio e tempo entro cui esercitarsi, anzi il nostro libero arbitrio non è più lui a chiamare le cose ma sono le cose a chiamarlo, ininterrottamente e con abile penetrazione nei nostri gusti e aspettative.
La nostra identità non è più solo nostra, non è più solo definita dai nostri passi ma anche dalla traduzione continua e personalizzata dei nostri passi in informazioni che influenzeranno i nostri passi successivi a loro volta.
Ecco il consumismo postindustriale: astrazione fisica e moltiplicazione dell’identità, l’identità personale diventa in parte merce.
Non a caso, fra le aziende più ricche del pianeta ci sono proprio quelle che detengono i c.d. “big data”, cioè le enormi banche dati che ci riguardano[3].
POSTindustriale perché la vera ricchezza on nasce più dalle catene di montaggio fisiche delle grandi industrie ma dalle catene di montaggio digitali delle nostre identità informative.
L’informazione è la prima ricchezza attuale, e ancora non a caso il totem tecnologico della nostra epoca è proprio l’IA, ovvero lo strumento tecnico in grado di elaborare in modo utile i big data.
Avevo detto nel 1’ episodio che i 3 POST sono i malanni della nostra società.
Ebbene, mentre l’individualismo postideologico ci fa guardare indietro e non in avanti perché ci rinchiude nostalgicamente nelle individualità dopo l’esaurito conforto delle ideologie di massa, il consumismo postindustriale distrae il nostro pensiero con comodo benessere e soprattutto scavalca la nostra capacità di incisione sul futuro sottraendoci le nostre identità presenti.
Nel prossimo episodio esaminerò l’ultimo POST, l’alienazione poststorica.
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[1] A. de Tocqueville, Democracy in America, 1835-1840.
[2] Oggetto dell’indagine socratica è innanzitutto la natura umana (l’antropologia), quindi l’agire umano (l’etica).
Socrate si sforzò di definire la natura umana e di fornire conseguentemente alcuni universali criteri di condotta conformi a tale definizione. In reazione al contesto dei sofisti della sua epoca (nacque nel 469 a.C. e morì nel 399 a.C., condannato a morte in Atene), Socrate affermava il primato del dialogo: la verità si raggiunge attraverso un confronto dialettico. Fu “maestro” di Patone, che rappresenta anche la principale fonte del suo insegnamento a noi pervenuto.
[3] Tra le fonti di “classifica” sul punto, cf. Visual Capitalist, che il 28 luglio 2025 ha pubblicato la propria graduatoria, in cui ben 34 delle 50 aziende più ricche al mondo sono di proprietà americana. Nvidia è risultata l'azienda con maggiore capitale al mondo nel 2025 (i suoi chip per i data center sono i più avanzati e la loro distribuzione è ritenuto un fattore geopolitico strategico per il Governo degli USA).
Tra le prime 10 aziende si trovano anche Microsoft, Apple, Amazon, Alphabet e Meta.