filosofia,  antropologia, geopolitica:

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dal Podcast Recinto Moderno

 

Episodio 1

 

 

 

L'inversione del tempo euroatlantica

 

 

 

 

Come viviamo il nostro tempo oggi, in questo mondo, così veloce e imprevedibile, che ci sembra così poco comprensibile? Quanto conta rivedere e ritrovare un nostro tempo?

 

 

L’uomo è un ente immerso nel tempo e nello spazio. Per aprire una serie di riflessioni contemporanee per le nostre latitudini, riflettiamo allora sul tempo.

 

Iniziamo vedendo come e perché noi abbiamo in parte “invertito” il nostro senso del tempo.

 

Ma quali “noi”? Noi italiani, europei, occidentali (ma di provincia, in quanto aggregati - e gregari - del sistema a guida americana).

 

Normalmente, il futuro è orizzonte di opportunità, tempo di possibilità per i cambiamenti. Il passato, invece, crea il nostro patrimonio ereditario, nel senso sia di archivio di ciò che si è scoperto sia di stimolo per affrontare l’avvenire. Nell’intrecciarsi fra passato e futuro, 2 sono i meccanismi fondamentali alla base della civilizzazione umana: come una medaglia, il cammino umano è composto da due facce indissolubili: l’emulazione, da cui nasce la tradizione (passato reso “cosciente”, che si accumula collettivamente), e l’innovazione, che è lo slancio verso il futuro, il distacco creativo dalla tradizione.

 

Nella mentalità di molti di noi euroatlantici, futuro e passato sembrano essersi scambiati i ruoli, almeno quelli che noi abbiamo deciso di assegnare loro.

 

Il futuro ha smesso di significare opportunità, e nella nostra “ridotta” – vedremo perché - visione del presente, la sua attesa viene come sospesa… si rimuove la riflessione piuttosto che ammettere che il domani sarà, con concreta probabilità, peggiore di ieri. Un ridotto slancio verso il futuro frena la seconda “faccia della medaglia” della civilizzazione che abbiamo visto, l’innovazione.

 

L’orizzonte di attenzione si ferma allora al presente, nel conforto della quieta quotidianità in cui cerchiamo di annegare la crescente ansia di dover rispondere a qualcosa che pur non essendo caotico ci appare poco comprensibile: la complessità delle cose che ritenevamo semplificate dal corso della storia, in cui noi dovevamo essere “dalla parte fortunata”, quella verso cui il resto del mondo, meno fortunato di noi, voleva tendere secondo noi. Invece l’urgenza ci ha colto attraverso il rapido mutamento in corso dell’ordine internazionale e l’avvento di strumenti e tecnologie che mettono in discussione il significato (a livello diffuso mai abbastanza pensato, come avviene per tutte le cose date per scontate) di vari aspetti fondamentali dell’’uomo come: la libertà, l’etica, il concetto di vita e quello di pensiero stesso. Questo presentismo, che analizzerò a parte in futuro, sottrae energie alla costruzione del futuro. Il passato inoltre può diventare facile rifugio, prospettiva a cui tendere che sostituisce il futuro, nel bisogno di riaccomodare le proprie ansie in contesti noti e soprattutto, perché passati, non mutevoli. Il rischio di un passato come nostalgico[1] rimedio per menti non più abituate all’incertezza[2], è che con ciò ci si privi di forza motrice, slancio.

 

Questa inversione del senso del tempo ha conseguenze enormi.

 

Se il futuro smette di trainare l’entusiasmo dei giovani, questi penseranno soprattutto alla protezione del presente, in fondo ancora accettabile, perdendosi così il dinamismo generato dal continuo incontro-scontro fra emulazione (il vecchio che insegna) ed innovazione (il giovane che va oltre).

 

Se il futuro non è più LA speranza, l’esperienza può perdere valore, e se per esperienza intendiamo la tradizione come condensazione degli insegnamenti del passato, allora si rinuncia agli insegnamenti del passato: nichilismo cronologico.

 

Gli effetti di questo fenomeno latente ed in parte ancora poco avvertito a mio avviso, possono essere sia individuali sia sociali.

 

Individualmente:

 

1- il timore del futuro dissolve la speranza, portando così all’inattività sfiduciata, alla pigrizia e ad un senso latente di fatalismo e deresponsabilizzazione.

Esempi da approfondire potrebbero essere, sebbene fenomeni causati da più fattori, l’assenteismo elettorale e la bassa natalità. Va detto che questa sfiducia generale può essere presente anche in giovani generazioni di Paesi molto diversi e lontani dal nostro: si pensi al fenomeno cinese del Tangping, l’apatico “stare sdraiati” dei giovani, che rifiutano passivamente un faticoso presente di lavoro e/o studi intensi restandosene a casa. Ma, in questo caso, l’origine del disagio forse è più da cercare nelle forti pressioni sociali e nelle aspettative dei familiari sui giovani cinesi. Quadro diverso dal nostro, fatto invece di una poco consapevole mentalità di distacco dal presente per mancanza di senso di realtà e della storia in molti di noi europei;

 

2- l’inversione del tempo modifica, infatti, anche il senso della storia: le nostre menti, nella civiltà dell’homo faber, sono abituate a pensare il corso storico come una progressiva evoluzione della civiltà, mediante cui di generazione in generazione, attraverso lo sviluppo ed il lavoro, dovrebbe migliorare la qualità media di vita, al netto di crisi e guerre. Questo tempo invertito ci disorienta, soffriamo un diffuso senso di impotenza nel plasmare il futuro[3], anche perché capiamo meno il presente. Ciò mina alla radice qualcosa che da sempre supporta l’evoluzione della civiltà, ovvero lo spirito fattivo che alimenta oltre l’innovazione di cui ho detto, anche l’operosità, la spinta a lavorare per costruire personalmente qualcosa: sembra un ritorno al fatalismo, senza però l’appoggio a valori che sono anch’essi percepiti come distanti e non alla portata di un mondo di cui visibilmente i media mostrano di continuo l’ingiustizia.

 

Collettivamente:

 

1- sul piano filosofico e poi politico, a conferma della definizione della nostra epoca come tempo post-ideologico, la paura del futuro indebolisce la forza di aggregazione delle grandi ideologie, che, come “progetti per l’umanità”, presuppongono un futuro in cui svilupparsi. In un certo senso, tutte le ideologie politiche sono caratterizzate da un ottimismo di fondo, perché credono nell’avvenire per realizzarsi. Inoltre, le ideologie che posso anche alimentarsi su un presente in crisi per provare a reimmaginare un futuro soffrono comunque del disincanto dei valori. Ammessa l’esistenza di ideologie oggi in grado di proporsi come futuribili, la volontà delle masse è infiacchita sia dalle abitudini del passato (benessere), sia dall’età media alta (più vivi più tendi all’emulazione) sia per la relativizzazione dei valori;

 

2- a livello politico, una miopia strategica sul proprio ruolo e soprattutto sulle possibilità da cogliere nell’attuale contesto internazionale. Dunque, da un lato, mentre se gli individui non lavorano sul presente non costruiscono un futuro, i popoli se non agiscono nel presente subiscono la storia.

 

Ma non c’è solo la storia: o meglio, la storia è fatta di eventi, che però sonno fatti dalle persone e le persone agiscono in base a come vedono le cose. Se è vero che la filosofia è la “nottola di Minerva[4]”, che legge la storia a posteriori per indagare la condizione dell’essere umano, è vero anche che la filosofia fa la storia.

 

Pensiamo all’influsso dell’idealismo tedesco sulla storia contemporanea: si vede non solo come le visioni del mondo, rese ideologie, incidono sulla storia, ma anche che le cadute delle ideologie, ne influenzano il corso… forse addirittura più profondamente.

 

Un esempio: la rivoluzione russa del 1917, come attuazione concreta dell’ideologia socialista, ha avuto un peso assoluto, ma la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991, su scala globale, ha avuto un peso anche maggiore, perché ha significato la fine dell’ordine bipolare della Guerra Fredda, con conseguenze che viviamo ancora oggi... praticamente ad ogni latitudine. Solo per citarne una, l’ascesa cinese è in buona parte effetto diretto delle strategie adottate dagli USA nel confronto ideologico con l’URSS nella Guerra Fredda.

 

In sintesi, ci troviamo oggi fuori dalla storia, senza più poterci aggrappare a letture del mondo (o a lotte ideologiche) utili per curare quell’eterna solitudine umana, che, secondo Rousseau, ci fa sentire “il vantaggio di vivere con qualcuno che sappia pensare[5].

 

Dunque, fuori dalla storia e sguardo al presente… prendiamo del passato q   quello che ci fa comodo e “togliamo” dal futuro quello che ci inquieta: ecco i lunghi postumi del doppio conflitto mondiale, dove ha visto la luce l’attuale ordine internazionale, entrato in crisi.

 

Avvolti dall’ombrello difensivo della Nato americana, ci siamo staccati dalla realtà, pagando il prezzo della liberazione dai totalitarismi con sovranità nazionali limitate e inculturazione in cattività. Oggi siamo in difficoltà: ci mancano sia le categorie di pensiero sia i margini di manovra per muoverci nel nuovo mondo in formazione.

 

Se questa è la diagnosi, ovviamente parziale e come spunto di riflessione, quale potrebbe essere una “cura” per ridare al tempo il suo senso, anzi il suo verso, e rigovernarci come persone e come popolo verso il futuro?

 

Per ricominciare a guardare avanti, iniziamo a vedere dove sono gli altri rispetto a noi. Non tanto e non solo gli altri spaesati europei. Certamente, è fondamentale recuperare il senso della nostra condizione di europei – patrimonio ricchissimo, ma riadeguandoci all’odierno scenario. Occorre misurarci senza preconcetti sia con gli attori più forti, anche se lontani (Sud Est asiatico), sia con gli attori più vicini, anche se deboli (Africa: continente fondamentale già oggi… sempre più nel prossimo futuro).

 

Ma, ancora di più, dobbiamo scavare nel nostro modo di vedere le cose. L’architettura del pensare non è fatta per andare indietro, ma in avanti, attraverso quello che è un fondamentale meccanismo di intelligenza: l’adeguamento.

Viziati dalla lunga parabola di benessere protetto del nostro giardino Nato europeo e del consumismo continuo, abbiamo esercitato l’adeguamento più che altro in chiave economica, per misurare, prevedere e tutelare un’alta qualità di vita, che però è nata ed è sta possibile all’interno di una ben precisa bolla storica.

 

Abbiamo lasciato nel cassetto la capacità, molto più istintiva e primordiale, di adeguamento “per la sopravvivenza”, cioè di fare strategia per continuare ad esistere come agenti responsabili delle nostre scelte: anche la politica ha subito questa specie di autolimitazione, dando tanta attenzione a regole e diritti, che sono sì segno di una civiltà avanzata, ma anche prova del lusso di non dover pensare ogni giorno alle pure necessità, come popoli e come singoli.

 

Ciò ha tolto vitalità creativa, capacità reattiva, ma soprattutto senso di realtà, vero pilastro dell’intelligenza, a cui l’adeguamento consegue. Il senso di realtà soffre in particolare per tre “mali”, che chiamerei i 3 “POST”: individualismo post-ideologico, consumismo post-industriale, ed alienazione post-storica.

 

Questi POST, che analizzerò nei prossimi episodi del podcast, sono la dimostrazione della nostra inversione del tempo, provano come ci facciamo guidare dal passato. Guardiamo indietro invece che avanti: giudichi il futuro con occhi che già appartengono al passato, perdendo effettiva capacità di analisi del presente, così fluido, attraverso la stagnazione in categorie di pensiero troppo irrigidite per leggerlo.

 

Perciò è urgente ricollocarci subito nel presente in prospettiva positiva, almeno sul piano mentale. Recuperare il principio di realtà, per ricominciare a sperare.

 

Un buon inizio è provare a vederci come ci vedono gli altri, cinesi o giapponesi o venezuelani, russi o nigeriani, per riprendere contatto con la parte più utile della natura relazionale dell’essere umano, data non solo dall’empatia, ma anche e ancor prima dall’arricchimento dello sguardo altrui, esercizio tattico e non solo morale.

 

Ripartiamo dagli altri, decentriamo il nostro sguardo per poi rimetterci più a fuoco: come ci vedono gli altri, specialmente quelli più diversi da noi? Cosa vogliono e cosa si aspettano da noi (che funzione possiamo esercitare?)?

 

Questo vale tanto per noi come individui che per noi come collettività, che degli individui sono somma, sì imperfetta, ma sempre somma.

 

Quindi, per concludere, pratichiamo con determinata pazienza la visione degli altri.  

 

Un consiglio pratico in questo senso: consultare fonti extraeuropee. Il mondo non è fatto di storia, ma di storie. Conoscerle meglio significa anche comprendere dove siamo noi e così capire dove poter andare, reimmaginando un futuro più consapevole e quindi più nostro.

 

 

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[1] Nostalgia, ovvero “il dolore del ritorno”, è termine coniato dal medico svizzero J. Hofer nella sua tesi del 1688 per indicare il disagio della lontananza dalla propria patria dei mercenari svizzeri al soldo del re francese Luigi XIV. Origine interessante, che lega il dolore del presente non solo rispetto al tempo – il passato – ma anche allo spazio – la patria. Oggi l’eradicazione non nasce solo dall’inversione temporale ma anche dalla introversione spaziale, che verrà analizzata altrove, mascherata dal turismo pseudocosmopolita, ma evidenziata dalla xenofobia.

[2] Cf. S. Bauman, Retrotopia, 2020.

[3] Contro una semplificatrice banalizzazione della concezione biblica e in particolare cristiana della storia, erroneamente reputata da molti come lineare, si veda fra tutti K. Lowith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, Cap. XI, Milano, 2010, Il Saggiatore.

[4] G.W.F. Hegel, Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto, 1820.

[5] J.J. Rousseau, Confessioni, 1789.